I droni nella pandemia da coronavirus, tra opportunità e controversie

In questi primi mesi di emergenza coronavirus, per proteggere la collettività, sono state adottate misure eccezionali, che hanno limitato le nostre libertà personali e quella mobilità che ognuno di noi ha finora dato per scontata. In questo contesto anche i droni sono tornati alla ribalta, con articoli e servizi su giornali e telegiornali che mostravano i controlli da parte delle forze dell’ordine effettuati da una visuale particolare, che solo un quadricottero è in grado di fornire. Come spesso accade, e come abbiamo avuto modo di segnalare nel precedente articolo, le reazioni dell’opinione pubblica sono state molto diverse: per alcuni, paura e sdegno per quello che è stato visto come l’ennesimo strumento di controllo; per altri, speranza ed entusiasmo per le opportunità che la tecnologia offre.

Ancora una volta, forse, il problema riguarda la corretta informazione su quello che i droni possono fare, e su quello che invece non fanno. Proviamo a fare chiarezza.

I droni sono effettivamente strumenti di controllo?

Abbiamo visto campeggiare su tutti i media i titoli relativi alla loro introduzione, dopo una serie di trattative, come strumento utile al controllo durante i mesi di lockdown.  Dopo l’adozione in alcuni comuni, infatti, l'autorizzazione ufficiale dell'Enac, l'Ente nazionale per l'Aviazione Civile, ha dato il via all'uso in deroga dei droni per monitorare gli spostamenti dei cittadini su alcuni territori comunali nell'ottica di garantire il contenimento dell'emergenza epidemiologica da coronavirus.

«La percezione è stata estremamente polarizzata e si è divisa tra opinioni molto positive e molto negative sull'utilizzo dei droni», dice Nicola Nizzoli, Presidente di ASSORPAS e amministratore di Italdron Group, azienda che si occupa di produzione di droni per applicazioni industriali, formazione e servizi.

Questo tipo di provvedimenti ha suscitato non poche critiche da parte della popolazione e da una parte delle istituzioni, con una chiara preoccupazione relativa alla salvaguardia della privacy, percepita come potenzialmente violata in seguito all'acquisizione di immagini e di dati durante i voli di ispezione.

«Se guardiamo ai fatti, i droni sono stati utilizzati solo come strumento deterrente», continua Nizzoli, puntualizzando come alcuni elementi strutturali e funzionali possano disincentivare l’adozione dei droni per una vera e propria azione di controllo, in primis da parte di chi deve eseguirla.

Tra questi, la loro ridotta autonomia, che ammonta a circa 20 minuti. Risulta chiaro quindi che, per una efficace copertura dei turni di controllo giornalieri, i droni non sarebbero stati assolutamente sufficienti. Inoltre, con il traffico drasticamente ridotto in tutti i comuni, la sorveglianza operata dalle volanti di Polizia risultava molto più facile, capillare e funzionale rispetto a quanto svolto dai droni. Sebbene, infatti, la visione dall'alto possa rappresentare un vantaggio per il tipo di prospettiva che offre, il drone non avrebbe comunque avuto la possibilità di esplicare alcuna azione qualora avesse riscontrato la presenza di individui. Come tutti ben sappiamo, l’accertamento delle motivazioni per cui ci si trovava fuori casa era una fase imprescindibile nel controllo da parte delle forze dell’ordine, con tanto di autocertificazione, azione che avrebbe quindi richiesto un intervento aggiuntivo all'utilizzo del drone.

Un chiaro esempio di utilizzo a scopo deterrente viene dalla Cina, dove ai droni sono stati installati dei megafoni che invitavano la popolazione a non assembrarsi e a rimanere a casa. Di fatto, tuttavia, non sono molte di più le azioni che avrebbero potuto compiere, ai fini del controllo sociale, proprio per quei limiti tecnologici e legali sopra menzionati.

Uno scenario positivo: droni per combattere il virus

C’è invece un importante utilizzo, di cui si è parlato molto meno ma che viene percepito come decisamente più funzionale e positivo e che, logica vorrebbe, dovrebbe essere fortemente incentivato: la sanificazione.

Sia nella fase di lockdown che, soprattutto, nelle successive settimane, dove la riacquisizione di alcune libertà di movimento ha portato le persone ad uscire di casa e a rifrequentare gli spazi aperti, si è parlato spesso di come attuare la pulizia degli ambienti per disinfettarli e renderli più sicuri.

«In questo contesto i droni offrono un vantaggio semplice e pratico, soprattutto nelle aree molto ristrette, nelle piccole vie dei centri abitati o nelle aree ad alta affluenza (es spalti di stadi), dove l’utilizzo delle macchine è complicato». I droni, infatti, possono essere dotati di serbatoi, all'interno dei quali si caricano soluzioni disinfettanti che vengono poi nebulizzate sulle superfici e a mezz'aria, dove possono ancora trovarsi particelle di coronavirus.

«Su questo punto, in realtà, c’è ancora un dibattito aperto» dice Nizzoli, «e non per l’utilizzo del drone in sé come strumento tecnologico, quanto per il fatto che la comunità scientifica non ha ancora decretato quale tipo di soluzione per la sanificazione sia idonea all'utilizzo per questo scopo».

Mentre in agricoltura, ad esempio, questo tipo di metodica è già stata ampiamente adottata, perché si sa con certezza quali sostanze utilizzare, in questo caso ci sono ancora criticità legate alla natura delle sostanze suggerite per la disinfezione, prevalentemente a base di cloro.

Il limite quindi, in questo caso, è dato dall'applicazione puntuale in uno specifico ambito. Una volta chiarito questo aspetto, peraltro, i vantaggi nella sua adozione riguarderebbero non solo la possibilità di permeazione in luoghi angusti, ma anche la rapidità con cui il drone può svolgere l’azione, la facilità e, soprattutto, il minore rischio cui viene esposto l’operatore, riducendo drasticamente il contatto con la soluzione disinfettante.

Tecnologie per la rilevazione dati: quali scenari?

Pensando alle potenzialità dei droni legate alla elevata versatilità e alle ridotte dimensioni, sono in corso studi che ne permettano l’utilizzo come strumento di rilevazione di dati in luoghi critici.

«Attualmente sono in studio videocamere e termocamere pensate per monitorare il distanziamento fisico e la misurazione della temperatura; tuttavia, utilizzare termocamere sui droni potrebbe non essere facile, perché per avere una percentuale molto bassa di errore questi ultimi dovrebbero essere molto vicini al soggetto, poiché sappiamo che la misurazione delle temperature risulta complicata dalle condizioni atmosferiche e ambientali che separano lo strumento di misura dal corpo misurato», spiega Nizzoli.

Altro scenario molto utile sarebbe quello in cui un drone con prestazioni ottiche adeguate e capacità di analisi mediante intelligenza artificiale, venisse utilizzato per effettuare monitoraggi in aree in cui c’è un elevato rischio di assembramento e mancato rispetto del distanziamento sociale, come ad esempio locali all'aperto, spiagge, zone ad alta affluenza in cui è difficile e costoso installare telecamere fisse e in un numero sufficiente a garantire la sorveglianza.

Per studiare e monitorare i fenomeni di aggregazione delle persone, inoltre, un’altra ipotesi plausibile sarebbe quella di integrare l’utilizzo del drone con sensoristica e applicazioni da smartphone, che segnalino la presenza di persone non autorizzate a circolare perché soggette a quarantena. «Questa opzione, seppur interessante tecnologicamente, richiederebbe un livello di predisposizione da parte delle persone non indifferente, nonché una volontà di essere effettivamente tracciati”. Un aspetto, questo, che sta alla base delle numerose controversie sull'utilizzo effettivo e potenziale delle tecnologie integrate ai droni e che vede nella limitazione della privacy il principale scoglio.

«L’idea di fondo è che l’utilizzo dei droni in uno scenario come quello della pandemia dovrebbe essere il più possibile strutturato come strumento deterrente o utile per la sanificazione, per combattere quindi attivamente il virus, piuttosto che come strumento di controllo», conclude Nizzoli.

Nel conciliare le necessità di salvaguardia della salute collettiva con le conseguenti esigenze di controllo che queste impongono, è possibile che si crei un conflitto con la nostra libertà individuale e il diritto alla privacy. Tuttavia, in momenti di crisi emergenziale come quelli vissuti negli scorsi mesi, alcuni aspetti della salute diventano molto più importanti a livello gerarchico e viene naturale pensare che la priorità sia data alla tutela e al contenimento dell’epidemia. Proprio per questo, un uso corretto e consapevole dei droni può rappresentare un’opportunità, consentendo di svolgere il monitoraggio degli spostamenti delle persone in maniera agile e veloce nel rispetto dei diritti e delle libertà di ognuno.


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